Terza Edizione del Concorso Letterario Nazionale di Monselice “Monselice per le Pari Opportunità – Davanti allo specchio: immagine di lei“

L’ascensore si ferma con un tonfo, sobbalzo per l’inerzia e mi tengo al corrimano. Si è
bloccato. Tengo gli occhi chiusi, aspetto con le orecchie tese di risentire il rumore del
motore, e il suono che indica il passaggio dei piani. Ma non succede niente. Aspetto ancora.
Qualcuno si accorgerà che l’ascensore è fermo e attiverà l’allarme. E se nessuno lo fa? Non
posso rimanere ferma qui tutta la giornata perché ho paura di aprire gli occhi. Si, è assurdo,
ma io in questo ascensore gli occhi non li apro. Ho troppa paura.


Cerco la tastiera con la mano, sempre al buio. Ci sono otto piani, io andavo al sesto. Scendo
con il dito, a tastoni, mi sento ridicola ma è più forte di me, ecco, questo è il pulsante del
piano terra e a sinistra c’è sicuramente l’allarme. Bene, ho schiacciato il tasto giusto, sento
la campanella suonare, con un trillo forte da intervallo a scuola, e poi la chiamata che parte.
Due squilli: tuuu, tuuu. L’operatrice del centro di assistenza è gentile, ma quando mi chiede
il codice dell’impianto scritto sulla placca nell’ascensore rispondo che non vedo bene, che è
buio, e le do l’indirizzo dello stabile. Lei è un po’ perplessa, lo sento dal tono della sua voce,
forse pensa che io soffra di claustrofobia e allora mi rassicura e mi dice che il tecnico
arriverà al più presto. Ringrazio, sospiro. Non posso dirle che tengo gli occhi chiusi in un ascensore bloccato perchè ho paura di aprirli e di vedere lei, la mia immagine allo specchio.
Sono diventata bravissima ad evitare il mio riflesso, è come se avessi un radar per le
superfici riflettenti e riesco a dribblarle con una destrezza incredibile. Nel bagno in casa mia
lo specchio non c’è, e nemmeno nell’ingresso. In hotel mi porto sciarpe o uso gli
asciugamani e copro tutto, perfino il televisore. La mia parrucchiera è la mia amica Elisa, e
viene a domicilio a farmi taglio e piega. Dice che sono la cliente perfetta, perchè non critico
mai il risultato.


Quando cammino per strada evito il riflesso nelle vetrine o negli autobus che passano, e non
provo mai gli abiti nei camerini, piuttosto torno a restituirli, o li compro online. In
metropolitana mi guardo i piedi per non vedermi nel finestrino sullo sfondo buio, o tengo lo
sguardo piantato sul cellulare, come fanno tutti tra l’altro.
Lo specchio è un inganno, ci propone un volto che non è il nostro, un’immagine ribaltata a
cui ci abituiamo, tanto che poi quando ci guardiamo nelle foto non ci piacciamo mai, e
spesso stentiamo a riconoscerci. Quando ti guardi allo specchio aggiusti le pose, è come se
iniziassi una contrattazione con te stesso per trovare un riflesso soddisfacente, che rimane
comunque un’illusione.


Non ho sempre avuto questa fobia dello specchio. Da bambina ne avevo uno piccolo,
rotondo e con un coperchio di metallo, e lo tenevo in tasca. Quando lo aprivo fingevo di
essere in comunicazione con una me stessa di un’altra dimensione, inviata come agente
segreto per salvare il mondo e con la quale parlavo in codice. Ai tempi delle medie, poi, mi
avvicinavo allo specchio appeso al muro nella mia stanza e provavo il primo bacio che
sognavo di dare, osservandomi la bocca socchiusa e la piccola fenditura tra gli incisivi.
Tempo dopo ho persino seguito il consiglio delle istruzioni degli assorbenti interni e ho
utilizzato uno specchio per osservare, seduta per terra nel bagno, come era fatto il mio
corpo.

E’ cambiato tutto un giorno di maggio, verso la fine della quarta liceo. Una di quelle mattine
in cui il sole è già alto al momento di uscire di casa presto per prendere il bus, l’aria profuma
di fiori, la televisione è piena di pubblicità di gelati, e tutti si vestono già un po’ da vacanza.
Era la fine degli anni ‘90, e andavano di moda degli abitini corti a fiorellini, con le bretelle
sottili, portati con sotto una t-shirt bianca e ai piedi gli anfibi. Ne avevo comprato uno
bellissimo, e dopo aver esitato qualche giorno mi ero decisa a metterlo. Prima di uscire di
casa mi sono guardata allo specchio, e mi sono trovata, stranamente, molto carina. Le mie
gambe lunghe e secche mi sembravano invece semplicemente slanciate e distoglievano
l’attenzione dalla mia prima scarsa di reggiseno, che tanto mi faceva disperare in quel
periodo.

A scuola, alla prima ora, mi sentivo leggera, seduta in classe in seconda fila mentre
la professoressa di Latino spiegava Seneca, con la strana sensazione, per me che mettevo
sempre i pantaloni, del legno ruvido della sedia sotto le gambe. Il tutto è durato solo fino al
cambio dell’ora, quando la mia sicurezza è naufragata nelle risate di due miei compagni
stupidi, che ridevano del mio mini abito e delle mie gambe scoperte. ‘Ma non ce l’ha uno
specchio?’.


Mi sono sentita così stupida, così brutta, così ingenua ad essermi fatta ingannare da quel
riflesso. Non gli ho voluto mai più credere, non mi sono voluta più avvicinare.
Forse è per questo che sono diventata tecnico di radiologia. I macchinari non mentono,
mostrano quello che abbiamo dentro, sotto i vestiti, sotto la pelle, nascosto tra i tessuti
degli organi. Mi piacciono le immagini oggettive delle radiografie, le diagnosi delle risonanze
magnetiche, le misurazioni precise delle densitometrie ossee.


Non capisco perché la gente ha paura quando viene in laboratorio a fare un esame: non c’è
niente da temere, non ci sono giudizi, solo risposte, chiarezza, cose che probabilmente un
medico potrà curare, che si nascondevano e che vengono portate alla luce dalla capacità di
indagine della tecnologia.
Qualcuno si muove invece di restare tranquillo, altri chiudono gli occhi, quasi strizzandoli,
come per non cedere alla tentazione di aprirli e fare finta di essere altrove invece che in un
tunnel chiuso, senza poter uscire fino a che qualcuno venga a liberarli. Un po’ come me
adesso. Il pensiero mi fa sorridere, e mi fa venire voglia di allentare la presa e di dare
almeno una piccola occhiata fugace, per poi tornare nel buio.


Quando sono venuta a fare il colloquio per lavorare in questo bel laboratorio avevo visto sul
sito internet, nella foto della hall luminosa, con i pannelli insonorizzati di muschio e i grandi
vasi di piante, l’ascensore modernissimo… con tutte le pareti interne fatte a specchio. E
come sempre mi sono adattata: basta fare le scale, sei piani, ogni giorno due volte su e giù,
pausa pranzo compresa. Fino a stamattina, quando sono arrivata in ritardo per il traffico, la
scala era chiusa per manutenzione, e i pazienti già in attesa al sesto piano. Mi sono fatta
forza e sono salita in ascensore, sperando che nessuno entrasse con me e mi vedesse
giocare da sola a mosca cieca, come una matta.

Ma quanto ci mette questo tecnico? Cerco il telefono in borsetta per avvisare la segretaria
del laboratorio, ovviamente è spento e scarico, non si accende. Senza pensarci ho riaperto
gli occhi e quando rimetto via il cellulare e alzo la testa mi ritrovo faccia a faccia con… me,
che sbuffo, un po’ accaldata, e che rimango li, pietrificata, ad osservare il mio volto da vicino
come non facevo da decenni. Mi accorgo con stupore che la mia espressione piano piano si
addolcisce, e senza volerlo… sorrido. Dopo tutti questi anni di terrore, è davvero tutto così
semplice? Mi blocco, mi viene voglia di riserrare gli occhi, di tornare nel buio. Ma resto li, a
guardare.


La donna che ho davanti non è affatto come pensavo.
Prima di tutto dimostra meno dei suoi 47 anni, e anche sotto la luce impietosa e artificiale
dell’ascensore ha un’aria fresca e sportiva, con la pelle chiara e qualche lentiggine sulle
guance magre, il viso ben incorniciato da un taglio scalato (devo ricordarmi di ringraziare
Elisa del suo lavoro alla cieca) e nessun capello bianco. Incredibile.
La ragazzina goffa che ricordavo non c’è più, anche se posso riconoscerla nella postura
difensiva, con le braccia strette attorno alle spalle, della persona che vedo riflessa a tutto
tondo in questi specchi che si riflettono l’uno nell’altro e mi rimandano decine di volte
l’immagine che non ho voluto vedere per… il pensiero mi blocca: quasi trent’anni.


Sento le lacrime scendere sulle guance prima ancora di vederle scintillare sulla superficie
dello specchio. Ma cosa ho fatto in questi trent’anni? Mi sono davvero nascosta solo per il
commento di due stupidi ragazzini? Ma no, come sempre nella vita le risposte sono più
complicate. Ci sono cose che iniziamo a non fare, paure che ci bloccano, cure che ci
neghiamo, che si accumulano giorno dopo giorno l’una sull’altra come fiocchi di neve,
leggere leggere che non ce ne accorgiamo, e quando diventano una montagna che ci
impedisce di aprire la porta ormai pensiamo che non ci sia più niente da fare, e
semplicemente ci adattiamo e continuiamo così.


Ho quasi le vertigini in questa versione da 2 metri quadrati di casa degli specchi, che però
non deformano, non allungano: mi rimandano tutti la stessa immagine, più adulta del
ricordo che ne avevo, più bella della proiezione che mi ero inventata, più vera. Mi guardo
negli occhi, mi faccio rabbia per l’isolamento che ho imposto senza un vero motivo a questa
semisconosciuta nello specchio, per le occasioni mancate, le vacanze saltate, gli amori mai
conosciuti. Comincio a singhiozzare, sempre più forte, appoggiandomi al corrimano e
buttando fuori questi anni in un lungo lamento strozzato e fiumi di lacrime. Rialzo la testa e
lei è ancora li, ma il suo sguardo è cambiato. E lei mi perdona. Questo pensiero mi fa
piangere ancora più forte, come la mano di una persona cara sulla testa, un abbraccio
quando ne hai bisogno, la sensazione che puoi lasciarti andare.


Mi gira la testa, ho paura di svenire. Sento uno scossone, l’ascensore riparte, e prima di
rendermene conto eccomi al mio piano, con la porta aperta, il tecnico che mi prende per un
braccio e mi chiede come sto, la segretaria che mi porge un fazzoletto e un bicchiere
d’acqua. E io esco, respiro un po’ d’aria fresca, mi asciugo le lacrime e poi mi avvio per le
scale senza una parola. E’ il momento di andare a comprare un vestito nuovo.

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